Il suggerimento del presidente Trump di impiegare agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) per sostituire gli assenti addetti allo screening della TSA è una risposta giuridicamente dubbia e operativamente difettosa ai rinforzi di sicurezza aeroportuale causati dall’attuale chiusura parziale del governo. Sebbene mirato politicamente a fare pressione sui democratici sui finanziamenti per il muro di confine, il piano non è fattibile ai sensi della legge esistente e probabilmente indebolirebbe, non rafforzerebbe, la sicurezza aeroportuale.

Ostacoli legali e logistici

Gli statuti federali assegnano esplicitamente la responsabilità delle operazioni di screening federale all’amministratore della TSA. Qualsiasi impiego di addetti allo screening richiede qualifiche approvate dalla TSA e almeno 40 ore di formazione obbligatoria tramite la TSA Academy, un processo che richiede settimane. Gli agenti dell’ICE non possono assumere legalmente compiti di screening entro lunedì, nonostante la richiesta del Presidente. Il loro ruolo sarebbe limitato al supporto ausiliario, non allo screening diretto dei checkpoint.

Scala e praticità di implementazione

La TSA impiega circa 50.000 addetti allo screening, con tassi di assenza attuali superiori al 10% (circa 5.000 dipendenti). Anche in condizioni normali (2% di assenze), la sostituzione di quasi 4.000 vagli richiede un impegno logistico significativo. Aeroporti come Houston Intercontinental segnalano già assenze superiori al 50%, rendendo necessaria una forza ICE itinerante di stanza negli hotel e ridistribuita in base alle fluttuazioni della domanda.

Deviazione delle risorse e compromessi in termini di sicurezza

Un aumento di 4.000 persone dell’ICE consumerebbe circa il 20% del personale totale dell’agenzia e il 40% del personale pre-Trump. Ciò distoglierebbe risorse dalle cruciali indagini di controllo delle frontiere e sulla sicurezza nazionale, compresi gli sforzi antiterrorismo. Gli agenti delle indagini per la sicurezza nazionale sono già al limite a causa della riassegnazione ai compiti di immigrazione, compromettendo ulteriormente la loro capacità di affrontare il terrorismo, i traffici illeciti e i crimini finanziari.

Preoccupazioni politiche e operative

L’impiego di agenti ICE ai checkpoint aeroportuali rischia di creare la percezione di un’applicazione dell’immigrazione negli hub di viaggio, il che potrebbe infiammare ulteriormente le tensioni politiche. La proposta è uno strumento ottuso rispetto a soluzioni più efficaci a lungo termine, come la privatizzazione dello screening TSA.

Il caso della privatizzazione

Il governatore della Florida Ron DeSantis suggerisce di privatizzare la TSA, una pratica comune in altre nazioni occidentali. Ciò separerebbe la supervisione normativa dall’esecuzione operativa, migliorando la responsabilità e la stabilità dei finanziamenti. Tuttavia, la TSA ha storicamente impedito agli aeroporti di partecipare allo “Screening Partnership Program”, che consente alle società di sicurezza private di gestire posti di blocco, ostacolando una più ampia attuazione.

In conclusione, la proposta del presidente Trump di impiegare agenti ICE per riparare i backup della TSA è una misura giuridicamente malsana, logisticamente poco pratica e strategicamente controproducente. Il piano non risolverebbe né l’immediata carenza di personale né migliorerebbe la sicurezza a lungo termine. Una soluzione più praticabile prevede la riforma della regolamentazione, la privatizzazione e la semplificazione dei processi di formazione, piuttosto che l’impiego ad hoc di un’agenzia mal attrezzata.